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martedì 9 ottobre 2012

Un giorno questo dolore ti sarà utile, di Roberto Faenza (2011)

Buongiorno a tutti, permettete che mi presenti:
sono Roberto Faenza, il regista di questo film.
Forse vi ricorderete di me perché sono particolarmente invidioso di Gabriele Muccino e se lui fa i film in America li voglio fare pure io, che si fotta.
Ok, lui s'è giocato Will Smith... e quindi?
Io ne ho trovato uno molto più bravo di lui ed inoltre per venire incontro a tutti gli amanti di Ozpetek, Almodòvar e Men's Health gli faccio fare il recchione.
Mi hanno detto al corso di cinema preso su Groupon che se in un film ci metti un nero, depilato ed in costume già sei a buon punto per avere una qualsiasi nomination.
Considerato poi che la colonna sonora ha vinto anche il Nastro d'Argento 2012 ritengo che i 29 euri per le 8 ore di lezione siano stati soldi santi e benedetti.
John, il nero unisex, è un personaggio secondario della storia, il protagonista in realtà è James.
Sì, lo so che John e James nella stessa sceneggiatura suonano male, ma provate voi a dirglielo allo scrittore del libro, quello è una vera testa dura.
Il protagonista James invece non è propriamente una testa dura, bensì è una vera testa di cazzo.
Avete presente il giovane Holden?
Ecco, è un po' più cretino, ma con un miliardo di miliardi di dollari in più,
uno scopettino biondo del cesso in testa ed una sana sociopatia che farebbe impallidire Sheldon Cooper.
Del film non posso svelare di più, quello già è una cacata commerciale, poi se vi dico pure come prosegue va a finire che non ve lo vedete manco più su Cielo.
Poi a me chi mi da da mangiare?
Pensate forse che i soldi che ho intascato con il riconoscimento "di interesse culturale" siano bastati?
Con quelli a stento ci ho pagato i panini per la troupe, Jean Luis David per il cretino e la ceretta per il recchione!
Mi congedo augurandovi una buona visione e regalandovi una frase tratta dal finale del film:
"I miei dicono che sono matto.
Ma se sono matto io...tutti gli altri cosa sono?"
Puttanate.

martedì 13 dicembre 2011

La Famiglia, di Ettore Scola (1987)

Vittorio Gassman interpreta un uomo tormentato e coraggioso in un delizioso ritratto cavalleresco, tratteggiato con magistrale ironia e per la prima volta in Italia in un realistico medioevo.
Tutto questo in “L’Armata Brancaleone”.
Perché “La Famiglia” è differente. Perché è di un altro tempo, è più intimista e drammatico, ti fornisce quel qualcosa in più tramite un meccanismo naturale di divisione genitale:
dopo la prima mezz’ora di film avrete già 4 palle invece delle solite 2.
Ma se riuscirete a resistere indenni, svegli e mentalmente sani, dopo la prima mezz’ora vi si parerà dinanzi un barlume di speranza alla noia imperante: sempre lui, Vittorio Gassman.
La sua recitazione e la mutazione cronologica del suo carattere è praticamente l’unico motivo per resistere ai 140 minuti della versione integrale di questo film, oltre alle 3 zie sue sorelle, zitelle e inacidite, che diventano più mansuete man mano che una alla volta si fanno il gardone.
In particolare una delle 3 vuole continuamente suicidarsi, ma purtroppo la fermano sempre.
Ah, ci sta pure un fatto di corna vissute niente male, bambini ladri poco realistici ed un Ricky Tognazzi in stato di grazia che interpreta un cretino.
Da non perdere l’intervista ad Ottavia Piccolo negli extra, dove per poco più di 10 minuti spara a zero su Ettore Scola e sui produttori odierni che non le faranno più calcare un set manco per farla scopare per terra.
Per favore però, allontanatemi dai David di Donatello e ridatemi Chicken Park.